La Fata dell’acqua di Heena Baek
- Età: 5-7 anni
- Traduzione: Dalila Immacolata Bruno
Vincitore XVI edizione del Premio Nati per Leggere sezione Crescere con i libri

Un albo che ci invita a entrare nell’acqua e a restare in ascolto di ciò che la pelle racconta.
Dokji ama sguazzare nella piscina fredda delle terme, nonostante gli avvertimenti della mamma. Un giorno incontra una strana vecchietta che si dice fata dell’acqua e le insegna nuovi giochi. Per ringraziarla, Dokji le regala la sua merenda. Quella notte arriva la febbre, e la fata torna a farle visita.
Che cosa succede alla pelle quando incontra l’acqua, il freddo, il calore, un’altra persona?
Che cosa vede?
I personaggi di Heena Baek sono miniature fatte a mano, ambientate, illuminate e fotografate dall’autrice. Per questo qui le immagini si guardano quasi con le mani: la luce si posa sull’acqua, il vapore ammorbidisce i contorni, le superfici hanno una consistenza.
Guardando Dokji è facile ricordare com’è sentire l’acqua che scivola sulla pelle.
Che cosa può sentire?
Il freddo che sorprende e fa rabbrividire. Il calore che avvolge e scioglie. L’acqua che accarezza, che pesa, che sostiene. La spugna strofinata molto forte. E poi, più avanti, il calore diverso della febbre, quello che non si sceglie.
Per un bambino queste non sono idee: sono esperienze quotidine che costruiscono conoscenza. La pelle registra le differenze, riconosce ciò che piace e ciò che sorprende, e a poco a poco dà un nome a ciò che sente.
In questa storia la pelle è una porta aperta sul mondo. Attraverso di lei Dokji incontra l’acqua e anche la fata.
Che cosa fa il corpo?

Si lascia andare. Dokji non resta a guardare: entra, prova, sceglie il freddo anche se sa che potrebbe pagarlo.
Poi la febbre arriva, e il libro non la trasforma in una punizione. È il corpo che manda un segnale e chiede riposo. Educare alla percezione significa anche questo: aiutare i bambini a riconoscere ciò che sentono, a raccontarlo e a sapere che il corpo merita ascolto, non rimprovero.
Che cosa accade nella relazione?
Tra Dokji e la fata nasce uno scambio fatto di gesti piccoli: un gioco insegnato, una merenda donata, una visita nella notte. La cura non è un conto da pareggiare. A volte basta esserci quando l’altro è fragile.
Anche il contatto, guardato attraverso la pelle, non è mai solo fisico: è relazione. Per questo è importante che i bambini imparino a dire che cosa sentono, che cosa gradiscono e che cosa no.
Che cosa rimane dopo la lettura?

Rimane il ricordo di un incontro strano e meraviglioso, ma soprattutto una domanda: quante cose possiamo imparare quando ci concediamo di sentire?
Tra Dokji e la fata nasce uno scambio fatto di gesti piccoli: un gioco insegnato, una merenda donata, una visita nella notte. La cura non è un conto da pareggiare. A volte basta esserci quando l’altro è fragile.
Anche il contatto, guardato attraverso la pelle, non è mai solo fisico: è relazione. Per questo è importante che i bambini imparino a dire che cosa sentono, che cosa gradiscono e che cosa no.
Dall’albo all’esperienza
Dopo la lettura, possiamo proporre un piccolo atelier sensoriale ispirato all’acqua, trasformando scuole e case in mini terme.Puoi leggere e provare l’esperienza che ho creato:
https://www.terre.it/news-bambini-e-ragazzi/proposte-per-le-scuole/materiali-per-il-nido-e-la-scuola-dellinfanzia/laboratorio-sensoriale-ispirato-allalbo-la-fata-dellacqua-di-heena-baek/?srsltid=AU7gw4U-kid0e_9RiKdNUVM_vlKuuwRLQ5NdE8uudvSHkQ87jTSsSzsm
Per chi è?
Per genitori, educatrici, insegnanti, bibliotecari e per chi desidera costruire esperienze di lettura capaci di coinvolgere il corpo, oltre che la mente.
Per chi vuole parlare di sensazioni senza trasformarle subito in spiegazioni. Per chi cerca storie che permettano ai bambini di abitare la curiosità, incontrare la meraviglia e dare parole a ciò che sentono.
La fata dell’acqua è un albo che ci accompagna in un viaggio tra pelle e immaginazione, dove il gioco diventa conoscenza e l’incontro può trasformarsi in cura. Ci ricorda che educare alla percezione non significa insegnare ai bambini che cosa devono sentire, ma offrire loro occasioni per accorgersi di ciò che sentono.
E forse, proprio come Dokji, possiamo imparare che ogni incontro lascia qualcosa sulla pelle. A volte è una sensazione, a volte un ricordo, altre volte il desiderio di ricambiare un gesto gentile.
Articolo scritto da Carmela Sangervasio
Vengo dal mondo della cosmesi e dell’estetica e ho scelto di portare la pelle dove di solito non arriva: nell’educazione. Estetista dal 2010, esperta cosmetica e specializzata in paidocosmesi, sono formata come atelierista 0–6 anni con Artebambini.
Da questo incontro e da questa passione è nato Conosci la tua pelle, un progetto che unisce fisiologia cutanea, ascolto e letteratura, ma non solo.
Porto atelier tattili nei nidi e nelle scuole, accompagno genitori ed educatori, propongo agli adulti il percorso Skin Tasting e raccolgo voci e storie in La Pelle delle Storie.
Per me l’educazione viene prima del consumo e la persona prima del prodotto: la pelle è il primo luogo che abitiamo, e imparare ad ascoltarla è il primo passo per prendersene cura.

